# i miei racconti

La sua chiamata arrivò

I diciannove anni coincisero con l’esame orale di maturità e la fine del liceo; tornata a casa mi caricai sulle spalle lo zaino, già pronto da un paio di giorni e andai a piedi in stazione. Il locale mi avrebbe portata fino a Bologna e di lì avrei proseguito per Milano.

Sul locale, semivuoto, mi sedetti di fronte ad una coppia di mezza età: parlavano una lingua sconosciuta e si tenevano per mano, osservando con lieve stupore quegli stessi luoghi che, da anni, non mi raccontavano più nulla.

Quando il treno per Milano era già partito da una quarantina di minuti arrivò la telefonata di mia madre, a cui non risposi: che cosa dirle? Sapevo già che avrebbe manifestato la sua offesa per non averla aspettata nemmeno in quell’ultimo giorno, con parole che con poche e insignificanti variazioni avrebbero seguito un copione che mi era già ben noto; d’altronde avevo rimandato la partenza per Milano già da un anno proprio per finire il liceo, come lei mi aveva insistentemente chiesto.

Mi diressi subito a casa di Giovanna, che si era trasferita tre anni prima: mi aveva spiegato di essere riuscita a trovare una casa abbastanza grande in una zona centrale della città, ma quando entrai nell’appartamento di cui aveva lasciato le chiavi in portineria non potei non rimanere colpita dalla sua ampiezza e posizione: da un lato dava su un ampio giardino condominiale e dall’altro su una via centrale di Milano, di cui non sapevo ancora il nome.

Giovanna aveva iniziato a lavorare abbastanza presto, dopo due o tre mesi dall’arrivo; all’inizio aveva alloggiato presso un’amica e poi si era trovata questo appartamento in affitto ed io, che da una parte non avevo il coraggio di confessare a me stessa di volere seguire le sue orme, dall’altra non riuscivo neanche a negarmi che lei rappresentava, in quella fase della mia vita, la mia stella polare. Giovanna non mi raccontava ogni cosa del suo lavoro, ma era indiscutibilmente vero che esso le consentiva di guadagnare e di avere anche sufficiente tempo libero. D’altronde io ero certa solamente di una cosa, ossia di volere fare a meno il più rapidamente possibile del denaro che mia madre si era impegnata a versarmi ogni mese. Denaro che, peraltro, non capivo da dove provenisse, poiché certamente le entrate di un’infermiera non erano sufficienti per potermi pagare i 1.000 Euro al mese che mi aveva promesso non so neanche per quale motivo.

Trascorse tutta l’estate, e furono mesi molto più difficili del previsto. Avevo conosciuto alcuni ragazzi, che non mi interessava e non volevo rivedere e anche se Giovanna mi aveva anticipato che entrare nel giro non sarebbe stato semplice, in fondo al cuore avevo sperato nella chiamata di qualcuno. Lei, quando ci vedevamo, mi raccontava spesso degli uomini con cui si incontrava ed io l’ascoltavo, in silenzio e senza fare domande, non capendo peraltro se me ne parlasse per autocompiacimento o per aiutarmi a capire quali comportamenti, nel futuro, avrei dovuto assumere. Sta di fatto che, prima ancora di iniziare a lavorare, mi sembrava di conoscere già tutti i miei prossimi clienti.

Giorno dopo giorno attendevo la prima telefonata in modo sempre più impaziente, fino a quando arrivò, la sua. Era una voce estranea, che pareva lontana. Parlava in modo lento e scandiva le parole fino in fondo, forse pensando che fossi straniera o che comunque non riuscissi a capirlo. Mi facevo chiamare Petra.

Mi disse solamente il suo nome, Fabio, un nome per me suggestivo che aveva sempre avuto la forza di rendermi più malinconica di quanto lo fossi naturalmente, e aggiunse di vivere a Milano. Mi chiese di incontrarci, ma non parlammo di soldi, anche se Giovanna mi aveva sempre detto che occorreva mettere le cose in chiaro fin da subito.

Avevo tanto atteso quel momento, ma ora non volevo incontrarlo; poi, poco dopo, ne avevo voglia, convinta come ero di poter scegliere liberamente che cosa fare. Passarono delle ore e alla fine mi decisi. Gli mandai un messaggio: ci saremo visti il giorno dopo.

Mi truccai e poco prima di uscire rientrò Giovanna, a cui dissi che mi sarei incontrato con Roberto. Lui era un bravo ragazzo: bello, studiava economia ed aiutava il padre in una fabbrica a nord della città. Ma avevo deciso di non rivederlo più sapendo che gli avrei solamente fatto del male.

L’appuntamento era fissato in piazza San Babila, davanti alla chiesetta; la scelta del luogo non mi piacque affatto. Non amavo l’ambiguità e poi Giovanna mi aveva spiegato che gli intellettuali erano i peggiori. Lo riconobbi subito, appena uscito dalla metropolitana e non so esattamente il perché: indossava un abito elegante, marrone, con camicia bianca e polsini slacciati, scarpe nere. Aveva un’età che poteva essere mio padre, ma questo me lo ero già immaginato dalla voce.

Non sembrava né imbarazzato, né emozionato, ma parlava pochissimo. Quando mi guardava cercava la profondità dei miei occhi, ma distoglieva immediatamente lo sguardo appena percepiva il mio fastidio. Ci fermammo presto in un bar lungo corso Matteotti: era un bel bar, pieno di specchi e i camerieri lo conoscevano tutti e lo salutavano senza sforzo. Mi tranquillizzai. Presi una coca cola e luì ordinò un caffè: mi chiese se avessi voluto il cioccolatino portatogli insieme al caffè ma rifiutai, con ciò obbedendo a un’altra delle regole che mi aveva raccomandato Giovanna di seguire.

Al nostro tavolino c’era silenzio, ma non disagio. Notai dalla scelta delle sue parole il tentativo di uscire dalla mediocrità, ma non seppi dare un nome a questa sua ricerca: d’altronde non avevo che pochissima esperienza e gli uomini con cui ero stata ai tempi del liceo erano più che altro preoccupati della mia età. C’era qualcosa, nel suo volto, di indefinibile e lontano che mi apparteneva, di cui tuttavia non riuscivo a comprendere l’origine. Mi disse che faceva l’archeologo, che girava parecchio per il mondo e che però, specie da qualche mese, aveva iniziato a provare nostalgia per Milano, dove era nato ed aveva studiato. Giovanna mi aveva detto che l’amore lo compravano tutti, indifferentemente dal reddito e dalla cultura e che lei, dopo tre anni, non aveva ancora trovato differenze tra gli uomini. Ma quell’impulso di cui lei mi aveva raccontato, di dominio e sottomissione insieme, di trionfo della vita e di fuga nella morte, in lui non lo intravvedevo. Come si sarebbe comportato a letto quell’uomo che pareva allusivamente volermi chiedere tutto, ma certo non il mio sesso?

“Hai una velatura, nel fondo degli occhi, che mi ricorda quella di una donna che avevo conosciuto tanti anni fa” mi disse, spezzando un silenzio durato qualche secondo in più del solito.

Mi resi conto che lo stavo guardando negli occhi e subito appoggiai il mio sguardo sul bicchiere di coca cola che avevo bevuto a metà. Non mi piaceva quello che aveva detto, ma mi rendevo conto di non avere l’esperienza per farlo smettere. In più il tempo passava. Era già trascorsa quasi un’ora, facevo i conti e cercavo il momento opportuno per chiedergli di andare in albergo. Raccolsi tutte le forze che avevo e lo guardai fisso negli occhi: “Sono 150 euro all’ora, anche se non scopiamo.”

“Non volevo offenderti, o dire qualcosa che non andava.”

Offendermi? Dire qualcosa che non andava? Questo tipo mi stava diventando antipatico; per quanto mi sforzassi di rimanere indifferente a qualsiasi sua parola mi rendevo conto che riusciva rapidamente a cogliere la fluidità delle mie riflessioni, che peraltro in quei minuti mutavano rapidamente.

“Ti faccio chiamare un taxi”, disse alzandosi per dirigersi alla cassa.

Quando tornò mi passò una busta che io aprì facendo solamente attenzione che gli altri ospiti del bar non mi guardassero.

“Sono troppi, non voglio regali.”

Gli stavo restituendo i 350 euro in più che erano inseriti nella busta, ma lui si allontanò dal tavolo rapidamente di qualche passo, e mi invitò ad alzarmi perché il taxi sarebbe arrivato presto. Camminai dietro di lui e dal modo in cui si muoveva mi resi nuovamente conto che era molto più vecchio di me, quasi che in quell’ora che avevamo trascorso insieme le distanze d’età fra di noi si fossero annullate e che qualcosa ci avvicinasse più di quanto i 30 o 40 anni di differenza ci tenevano lontani. Mi aprì la portiera del taxi e mi salutò, ringraziandomi per il tempo trascorso.

Nei giorni successivi mi dimenticai presto di lui; finalmente iniziarono ad arrivare le telefonate con una certa frequenza. Nel mese successivo riuscì ad avere due o tre appuntamenti a settimana, che già mi permettevano abbondantemente di pagare la stanza in affitto. Con un medico mi incontrai tre volte ed anche se ero sempre insieme ad un’altra ragazza, di lui avevo paura: ci guardava e ci dava ordini con fare onnipotente, quasi gli fosse permesso tutto, e ci costrinse anche a sniffare cocaina, cosa che per fortuna ho dovuto fare solo raramente. Poi, anni dopo, scoprì per caso che si trattava di un noto luminare famoso in tutto il mondo per avere brevettato una particolare tecnica chirurgica mini-invasiva.

Non posso nascondere, tuttavia, che ero soddisfatta: a mia madre, che mi chiamava settimanalmente, avevo raccontato di lavorare occasionalmente come indossatrice, e non credo che lei inizialmente dubitasse delle mie parole. Le chiesi di non mandarmi più soldi, che eventualmente glieli avrei chiesti in caso di necessità, ma lei fu stranamente irremovibile; non la capivo e specie in una occasione, quando mi disse “sono soldi tuoi”, le sue parole furono per me particolarmente incomprensibili. Che cosa significava sono soldi miei? Ero stata a casa sua per tutti gli anni del liceo, e certo aveva condiviso ben poco con me di quello che aveva. Rimasi a pensare a quelle parole per qualche giorno, ma poi me ne dimenticai, contenta solamente del fatto che potevo farne a meno, finalmente.

Fabio mi chiamò nuovamente e mi chiese di uscire per andare al cinema. Al telefono aveva una bella voce, differente da quella di tutti gli altri uomini: nelle sue parole c’era qualcosa di vero, che mi sfuggiva e che mi sembrava andasse al di là di una transazione commerciale. Ma non volevo andare al cinema con lui; non ce n’era motivo e non era quello il mio mestiere. D’altro canto, tuttavia, di clienti ne avevo ancora pochi, e certamente troppo pochi per volere rinunciare a qualcuno di loro. Quando ne parlai a Giovanna, la sua reazione fu diversa da quella che mi aspettavo: mi ascoltò, mi chiese quello che pensavo dell’uomo e mi disse di seguire quello che sentivo, poiché in quella occasione non mi sarei sbagliata. Accettai il suo invito e decidemmo di incontrarci il giorno successivo. Mentre mi truccavo mi resi conto che stavo cercando di farmi realmente bella: non mi capitava da anni, o forse non mi era mai successo. Allo specchio posai lo sguardo sui miei occhi e ci trovai una tristezza che in realtà mi era ignota; pensando al vicino incontro, mi ricordai delle sue parole sulla velatura del loro fondo. Che cosa voleva dirmi? Erano le parole di un dongiovanni dei poveri (di loro ne conobbi tanti…) oppure c’era qualcosa, una volta tanto, di più profondo? Peraltro, gli occhi, erano la parte del mio viso o forse di tutto il mio corpo che meno apprezzavo: troppo uguali a quelli di mia madre, fastidiosamente inconfondibili rispetto a suoi.

Mi portò in un cinema d’essai a vedere “L’amico americano”: mi piacque la vicenda del protagonista e quell’inestricabile groviglio di vicende torbide e paradossali in cui, seppur non direttamente, mi riconoscevo, pur se ebbi l’impressione che era Fabio, con quel film, a volermi raccontare qualcosa di lui. Poi volle camminare un po’, ma io non avevo voglia di fare la fidanzatina: gli dissi, avvicinandomi, di portarmi in albergo, e appoggiai il dorso della mano sui suoi pantaloni, all’altezza del pene. Bloccò il mio polso con la mano, quasi con violenza, e la allontanò, guardandomi negli occhi per qualche istante senza parlare. Stavo per andarmene: che cazzo voleva quell’uomo da me? Istintivamente, tuttavia, qualche cosa mi disse che non dovevo scappare. Trascorse qualche minuto e gli dissi che ero stanca e che avrei voluto andare a casa. Camminammo ancora insieme per una decina di minuti: i silenzi erano sempre più spesso interrotti da dialoghi spezzati.

“Sono stato un uomo fortunato” disse a un certo punto senza guardarmi “ho girato per il mondo, sono famoso e mi sono arricchito”. Mi resi conto, una volta di più, che non mi faceva mai domande. Io, che con gli altri uomini non facevo altro che rispondere, non ero a mia volta abituata a fare domande; non era nelle mie corde e la mia professione non lo prevedeva. E di me, che cosa raccontare? Con i clienti parlavo solo di sesso, per farli eccitare e farmi desiderare, ma con lui? “Io non credo di volere continuare a vederti” gli risposi, con parole che non so da dove provenissero, ma che mentre pronunciavo pensai fossero le uniche che potevo dire in quel momento “non sono capace di fare compagnia a un uomo nel modo in cui tu vuoi” aggiunsi, sentendo che la voce si schiariva e le frasi uscivano con maggiore fluidità. Ma, in realtà, non era neanche questo ciò che volevo dire. In realtà, malgrado fossi stata con parecchi uomini (per l’età che allora avevo), non avevo mai conosciuto un uomo. Mio padre era morto prima che nascessi, e di lui mia madre non aveva conservato neanche una foto; per il resto conoscevo ciò che mi serviva per la professione e i racconti che gli uomini mi facevano mi dicevano solamente come ognuno di loro giustificava a sé stesso il perché pagare una prostituta. Girò il volto e i nostri sguardi si incontrarono: i suoi non erano occhi buoni, ma volevano raccontare qualcosa che lui, in altro modo, non riusciva a dirmi. E d’altronde, per me, come sarebbe stato possibile trovare la bontà nello sguardo di un uomo? Mi diede un’altra busta, e questa volta non contai il denaro né pensai di non accettare regali. Sperai di non rivederlo: non mi piaceva quel mio sentimento di disagio e, peraltro, pensando a lui non capivo il senso dei nostri incontri.

Passarono alcune settimane: le giornate mi sembravano trascorrere in modo pressoché simile e gli uomini che conoscevo non mi piacevano. Mi scordavo i loro volti e i loro nomi subito dopo averli lasciati, ma ciò che più non sopportavo era mercanteggiare sul mio corpo; Giovanna era diventata cinica, spietata, ed io ero certa di assomigliarle sempre di più. All’inizio del nuovo anno tornai qualche giorno da mia madre: la vidi stanca e pensai che fosse malata. Il suo sguardo era incerto e sembrava volermi rivelare un segreto che tuttavia non riusciva a prendere forma nelle parole; io non avevo molta voglia di ascoltarla, né di aspettare che lei trovasse la forza di dirmi ciò che sembrava volermi comunicare. Trascorsi la maggior parte del tempo in casa, anche perché quando parlavo di ciò che facevo a Milano non facevo altro che mentire: raccontavo di lavori improbabili e studi mai iniziati ma ciò che più mi colpiva era che le persone mi credevano. Mia madre, del mio lavoro, non mi chiedeva invece nulla. Forse credeva realmente che facessi l’indossatrice, o forse sospettava altro. D’altro canto, non avendo ben chiaro da dove provenissero i soldi che lei continuava a mandarmi, non potevo non pensare che anche lei si prostituisse, o che avesse un ricco benefattore che gli passava del denaro.

Tornata a Milano mi chiamò nuovamente. Riconobbi il suo numero e lasciai squillare il telefonino senza rispondergli: quando, tuttavia, trascorse più di una settimana senza che mi richiamasse, fui io a cercarlo. Non so perché lo feci. O forse sì: potrei dire che con lui guadagnavo senza provare schifo per quello che facevo, oppure che avevo bisogno di stare accanto a un uomo che non bramava di toccarmi o di mettermi il cazzo tra le gambe o di fare stupidi giochi erotici che erano sempre uguali a se stessi.

Mi disse che l’indomani sarebbe stato a Milano e mi invitò al ristorante, dove si sarebbe incontrato con alcuni amici. Accettai subito di andare. Per la prima volta, quella sera, mi vestì per incontrarmi con un uomo come si veste una normale ragazza ventenne; per la prima volta, a Milano, mi sembrava di respirare un’aria di normalità che mi mancava senza rendermene conto. Quando scesi dal taxi mi venne incontro e forse accorgendosi della mia buona vena mi accolse con un sorriso che non gli avevo mai visto. I suoi erano comunque occhi malinconici, e malgrado fosse buio il suo viso mi parve stanco e ancor più invecchiato. Mi presentò agli amici, con cui si scambiò dei sorrisi. Mi disse che quelli che sedevano al tavolo erano i suoi amici di una vita, gente a cui voleva bene e da cui era voluto bene, che parecchio sapevano di lui e di ciò che lui aveva vissuto. Non capì, a dire la verità, queste parole, ma ci ripensai solamente dopo, a distanza di tempo. Io parlai poco e con il trascorrere dei minuti sentì la malinconia impossessarsi di me. I suoi amici erano gentili, ma io non facevo altro che mentire: e che cosa dire altrimenti? Sentendo le mie menzogne l’espressione del suo viso mutò. Si fece anche lui più malinconico e forse pensò che invitarmi a quella cena non era stato opportuno. Alla toilette trattenni a stento le lacrime: non mi sarei immaginata tanto imbarazzo da parte mia, ma decisi di non fargliene una colpa. Mi ritruccai rapidamente e quando i suoi amici se ne andarono, per me fu un sollievo. Noi rimanemmo a lungo a parlare al ristorante: talvolta mi stringeva delicatamente la mano, ma quando anch’io facevo lo stesso, ricordandomi che comunque poteva trasformarsi in qualsiasi momento in un normale cliente, lui ritraeva le dita: perché lo facesse non lo capivo. Voleva ricordare a sé stesso o a me che lui non era un cliente?

Nelle successive settimane invernali e all’inizio della primavera ci incontrammo ancora tre volte; si trattò, in tutte le occasioni, di incontri brevi. Lui mi disse sempre che gli faceva piacere vedermi ed io, invece, specie nell’ultima occasione, mi accorsi che si era arreso. Il suo sguardo era cambiato, e non solo perché pareva sempre più vecchio. In altre occasioni c’era una tensione nelle sue parole che lasciava presagire racconti fino ad allora inconfessati: ora nel suo sguardo c’era rassegnazione, interrotta solamente dagli sforzi che, quando camminava, pareva fare in modo sempre più macchinoso. Mi pagava sempre, ma durante l’ultimo incontro gli dissi che non avrei più voluto essere pagata, che lo avrei incontrato come un amico.

Poi, per lungo tempo, non si fece più sentire ed io mi dimenticai di lui. A giugno mi chiamò di nuovo e subito mi accorsi che qualcosa non andava: la sua voce era particolarmente affaticata e dopo poche parole si interrompeva per riprendere fiato. Mi disse che era ricoverato in ospedale e mi chiese di andare a trovarlo. Quando lo rividi era solo. Era sdraiato sul letto e teneva tra le mani un libro, che talvolta appoggiava sul petto quasi che dovesse riposarsi anche per reggere solo quel peso. Stava per morire.

Mi chiese di avvicinarmi, mi sedetti vicino a lui ed ebbi l’impressione che volesse stringermi la mano. L’allungai facendola scorrere lungo il lenzuolo: non mi accorsi mai delle sue mani così grandi. La pelle era ruvida e mi sorpresi di sentirne i calli in modo così pronunciato. Poi cominciò a parlare: questa volta i silenzi erano dovuti alla fatica fisica, e solo allora iniziai a spiegarmi i silenzi degli altri incontri, per me spesso incomprensibili, dovuti a un’altra fatica. Non capì subito tutto, e come potevo? Sentivo tuttavia di avvicinarmi alla verità; non lo provavo con la ragione, ma con il cuore. Come spiegarmi, altrimenti, quei battiti che aumentavano incessantemente la loro velocità, quel brivido che mi scosse per un paio di volte la schiena e le lacrime, che a un certo punto sentì spingere per scendere, bloccate non so da quale misteriosa forza?

“Ero già malato la prima volta che ti ho incontrata; volevo conoscerti già da prima, da molto prima, ma non voglio trovare scuse. Forse non ti avrei mai cercata.”

C’era una parte di me che aveva già compreso tutto; un’altra parte no. Forse si rifiutava, forse semplicemente non capiva. Come conoscermi molto prima? Quando non ero ancora a Milano? E come avrebbe potuto sapere qualcosa di me? Non potevo fare domande. Lo supplicavo con gli occhi di continuare, di essere più chiaro, ma mi sembrava che qualsiasi parola che pronunciava lo avvicinasse ancor più alla morte. Il giorno dopo gli portai dei fiori e mi sorrise, mi disse che gli piacevano ma mi chiese di portargli della morfina: il suo medico di fiducia, un suo amico, stava anch’egli molto male e non poteva aiutarlo, e in ospedale non gliela somministravano ancora.

La morfina non avevo realmente idea di come trovarla; andai in giro per la città alla ricerca dei fiorai più belli, ma un paio di giorni dopo fu lui a regalarmi un mazzo di rose. Quando mi sedetti di nuovo accanto a lui, con voce ancor più flebile, mi disse che avrebbe voluto vivere con me, nella mia città. Adesso, tuttavia, era tardi, adesso stava morendo. Non riuscivo ancora a capire, non potevo capire: mia madre mi aveva sempre detto che mio padre era morto prima che nascessi.

Scoppiai a piangere, in modo inesauribile. Feci fatica a riconoscere il sapore delle mie lacrime, che riuscivo a bloccare sempre prima che arrivassero a lambire le labbra. Lo abbracciai; sentì le sue braccia che non riuscivano a stringermi e a fatica si arrampicavano su miei fianchi. Quando la sua mano arrivò a sfiorarmi il viso, capì che voleva dirmi qualche cosa: “Ti prego” disse mentre sentì che sul mio viso scorrevano senza sosta le sue lacrime “Ti prego smettila”.

Poco tempo dopo morì, e quello stesso giorno mi chiamò mia madre.

Mi disse che sarebbe venuta a Milano e che voleva andare al funerale insieme a me. Poi, trascorse alcune settimane, mi spiegò senza aggiungere nulla che non avrebbe più potuto pagarmi: finalmente capì ciò che mi chiedevo da tempo.

Che non ricevessi più denaro da mio madre non fu certo un problema; io, d’altronde, guadagnavo sempre di più.