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Il buono, il brutto e il cattivo: noi, la guerra e l’Isis

Il cattivo: chi può avere dubbi, nel mondo occidentale, che i cattivi siano proprio loro? Guidati dall’autoproclamatosi califfo Al-Baghdadi della tribù di Al Qureshi, la stessa che diede i natali al profeta Maometto, giovani mussulmani sunniti provenienti da ogni parte del mondo decidono di sacrificare la propria vita e fare scempio di quella di altri combattendo in Siria, Iraq, Libia, e commettendo atti di terrorismo in varie parti del mondo, dall’Africa, agli USA e all’Europa. L’obiettivo principale dell’Isis è la creazione di un Califfato Islamico nel territorio della Siria e dell’Iraq, nonché la soppressione totale di tutti i nemici dello Stato Islamico che i jihadisti trovano lungo il loro cammino: in primo luogo gli sciiti (l’altra “corrente” che, tra i mussulmani, si contrappone ai sunniti), quindi i mussulmani “moderati” e poi la Russia e l’occidente. Insomma, una guerra di uno contro tutti, in cui l’uno è il cattivo, e i tutti sono i buoni.

Almeno secondo molti di noi.

Il brutto (cioè la brutta) è la guerra, che nessuno pare riuscire a fare. Perché?

La guerra, così si dice, dovrebbe essere combattuta su due fronti: là dove l’Isis esiste e combatte con il proprio esercito (in Siria, Iraq e Libia) e contro il terrorismo. In Medio Oriente il Califfato sembra un giorno indietreggiare (specie dalla Siria, a lungo bombardata dai russi) e un giorno avanzare (in Libia, dove da mesi si discute inutilmente sulla creazione di un governo unico per il paese). I motivi della “non guerra” delle potenze militari sono “generali” e “particolari”: il disinteresse degli Stati Uniti ad assumere una posizione di primo piano nella guerra (il perché in questo momento non ci interessa) e la (conseguente?) mancanza di un obiettivo condiviso tra le differenti potenze mondiali e regionali (USA stessi, Europa e singoli paesi europei, Israele, Russia, Turchia, Iran ecc.) spiegano probabilmente gran parte di queste titubanze.

La guerra ai terroristi, invece, non si riesce a fare poiché il terrorismo globale, in quanto tale, sfugge a qualsiasi attività preventiva che non sia supportato da un’attività di intelligence che sia altrettanto globale. I servizi segreti del mondo fanno fatica a parlarsi tra di loro, le polizie dei differenti paesi sono gelose delle proprie informazioni, la creazione di attività di coordinamento sovranazionali è ostacolata dalla difficoltà di ognuno a fornire le informazioni di cui è proprietario: la conoscenza è potere, e nessuno è disponibile a disfarsi del proprio se non sono chiari vantaggi e obiettivi.

Il buono (cioè i buoni): i buoni siamo ovviamente noi. Che ci sentiamo attaccati in ciò che ci è più caro: innanzitutto la nostra vita, poi i nostri valori e, quindi, tra i nostri valori, le nostre libertà. Siamo buoni e non riusciamo a capire il senso di quello che ci sta succedendo. Che cosa c’entra il Califfato, in questo mondo globalizzato, con la Silicon Valley, l’industria 4.0 e la dematerializzazione? È noto che i jihadisti, oltre ad essere ottimi propagandisti del web, dispongono di conoscenze informatiche e tecnologiche che consentono loro anche di sfuggire ai controlli dei sofisticati strumenti utilizzati dagli occidentali per scovarli nell’etere informatico: insomma, si tratta di un califfato tecnologico che usa la shari’a per governare i propri sudditi, vende il petrolio agli alleati occidentali per finanziarsi e, giusto per non farsi mancare nulla, compra le armi dall’occidente.

E noi, che cosa abbiamo del Califfato? Trovare una risposta a questa domanda è, per me, improbo. I colori del film che ci costruiamo, quello del buono, del brutto e del cattivo si sfuocano; talvolta le immagini saltano o appare una chiazza nera, come quella dei vecchissimi videoproiettori che ora vediamo solamente in qualche film ambientato negli anni ’60. Provo ad azzardare alcune ipotesi, che hanno certamente il demerito di essere incomplete e parziali, e non so quali meriti. Mi viene in mente la nostra cecità di fronte a un mondo che sta andando in frantumi/che stiamo mandando in frantumi rispetto al quale uomini e donne psicologicamente e materialmente frantumati decidono di farsi saltare per aria; mi viene in mente la nostra incapacità di agire rispetto al male che noi stessi produciamo, delle cui conseguenze vogliamo e ci auguriamo di sfuggire; mi viene in mente la superficialità tutta occidentale che chiama tolleranza ciò che è invece menefreghismo, e che per menefreghismo tollera qualsiasi cosa.

Ovviamente, con tutto ciò, non intendo assolutamente giustificare o semplicemente azzardare ipotesi di difesa o quant’altro, né addossare all’occidente, a noi e a me stesso più colpe di quelle che forse possiamo avere. Anzi: mi auguro che presto emergano le condizioni per fare una guerra al Califfato che probabilmente sarà meno ingiusta di molte altre; mi auguro che il prima possibile i vari organismi di difesa nazionale di singoli paesi occidentali si mettano finalmente a parlare tra di loro riducendo così il pericolo di attentati da noi come nel resto del mondo; mi auguro che in Siria, in Iraq, in Libia, anche grazie all’aiuto occidentale, si possano creare le situazioni che consentano a uomini e donne di quei paesi di ritornare a sperare.

Quello che volevo dire, semplicemente, è che la versione 2.0 de “Il buono, il brutto, il cattivo” in realtà, oggi, non esiste.

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