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La fine delle grandi aziende americane di carbone e i problemi ambientali

Le grandi aziende americane produttrici di carbone stanno affrontando un periodo di grave crisi, che non ha conseguenze solo dal punto di vista della caduta dei profitti e dei licenziamenti (intere comunità di senza lavoro stanno nascendo infatti ove in precedenza fioriva questa attività); il drastico peggioramento della loro situazione finanziaria, infatti, suscita preoccupazioni anche per i contribuenti degli Stati Uniti non coinvolti in alcun modo nell’attività di queste società che tuttavia potrebbero essere costretti a pagare centinaia di milioni, se non miliardi, di dollari per le attività di pulizia e smaltimento di un territorio di miniere oramai non più attive che si estende dagli Appalachi alle Grandi Pianure.

Le preoccupazioni relative agli enormi debiti associati alla presenza di centinaia di siti minerari inquinati sono cresciute allorché Peabody Energy, la più grande società al mondo di carbone, ha recentemente iniziato a chiedere dilazioni sui debiti maturati in relazione a tali attività di pulizia e smaltimento. Due delle quattro altre più grandi società di carbone degli Stati Uniti hanno dichiarato fallimento negli ultimi sei mesi.

Secondo una legge federale del 1977, le aziende produttrici di carbone sono tenute a pulire i siti minerari quando questi vengono dismessi; il crollo delle fortune del settore ha sollevato interrogativi sulla capacità delle stesse di poter adempiere ai propri obblighi, sia ad Est che ad Ovest del Paese.

Un certo numero di aziende più piccole sono già fallite o risparmiano sugli obblighi di pulizia, lasciando dietro di sé (quando va bene) miniere a cielo aperto abbandonate e montagne denudate. Rimangono paesaggi desertificati, cicatrici non rimarginate che si susseguono per chilometri e chilometri. Altri siti abbandonati sono fonti di continuo inquinamento a causa di rifiuti acidi o comunque tossici che inquinano corsi d’acqua e falde acquifere.

Ora anche i giganti del carbone si trovano ad affrontare problemi simili a quelli sperimentati dalle aziende più piccole. Molti stanno lottando per ripagare i debiti accesi a seguito dell’acquisto di aziende rivali, pagate miliardi di dollari quando il mercato era ancora in espansione. Per loro i problemi maggiori sono due: l’entrata sul mercato del gas naturale, molto meno caro, e la riduzione delle richieste di carbone da parte di USA e Cina.

In precedenza le più grandi aziende affidavano a terzi la pulizia dei siti minerari (con contratti che prevedevano il loro intervento anche in caso di fallimento delle società committenti) ma, negli ultimi anni, molte di loro hanno impegnato solamente sé stesse, senza affidare incarichi a terzi, per garantire i propri obblighi di pulizia utilizzando una tecnica chiamata “self-bonding”.

Ora accade semplicemente che queste grandi aziende non hanno più il denaro sufficiente per rispettare i propri impegni, che risultano essere carta straccia; le tre maggiori (Peabody, Arch Coal e Alpha) hanno infatti maturato debiti “auto-vincolanti” relativi alle pulizie per circa 2,5 miliardi di dollari e, attualmente, queste società non hanno il denaro per dare avvio alle opere di pulizie. Arch Coal e Alpha hanno peraltro già avviato le pratiche di liquidazione societaria; Peabody tra il 2011 e oggi è passata da una quotazione di 1.090 dollari ad azione a 2,40 dollari ad azione (-97,8%).

È già accaduto in altri casi che il governo federale abbia dovuto coprire i costi di inquinamento aziendale (recentemente, nel 2010, per i siti inquinati di General Motor).

Perché si è giunto a tutto questo? Oltre alle motivazioni sopra accennate (gas naturale e riduzioni delle richieste di Cina e USA) vale la pena segnalare altri due fatti: uno di ordine più generale, ossia la tracotanza di queste imprese, che negli anni d’oro, con pochissima lungimiranza, hanno acquistato le rivali a prezzi ingiustificati, e l’altro più “particolare”, ossia la circostanza che i top manager della Arch Coal si sono distribuiti, il giorno prima di presentare richiesta di fallimento, 8 milioni di dollari di bonus, secondo un report della Energy and Environment News.

 

Ma l’altro insegnamento da trarre è che, se vogliamo cercare di salvare il nostro ambiente e non abbiamo il coraggio, la forza ovvero riteniamo impossibile cambiare radicalmente il nostro stile di vita, allora dobbiamo agire affinché le società più inquinanti siano costrette ad assumersi realmente tutti i costi che consentano di rispettare disposizioni in grado di tutelare l’ambiente in modo efficace. Nel caso in esame, infatti, gli ambientalisti ritengono che la legislazione statunitense in materia sia troppo debole, sia perché prevede lavori di pulizia inadeguati in relazione all’inquinamento prodotto, sia perché li prevede solo alla fine del progetto di sfruttamento minerario, e non dopo il completamento di sue singole fasi. Il “self-bonding”, inoltre, si sta rivelando una pratica che consente a queste aziende di prendere fiato ma peggiora le garanzie di rispetto delle norme antinquinamento già esistenti.

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