# Economia e finanza, Francia, sindacato e lavoro

Il sindacato e la lotta di classe nel mondo globalizzato: hanno ancora un senso?

In Francia, a capo della Confédération générale du travail (CGT), uno dei cinque sindacati considerati dallo Stato francese come rappresentativi, è stato recentemente rieletto con il 95,4% dei voti Philippe Martinez.

All’interno di una confederazione abbastanza divisa al suo interno Martinez, come spesso accade in queste situazioni, ha alzato duramente i toni dello scontro con il governo, evidenziando la funzione della sua organizzazione quale quella di un “sindacato di classe”.

Nel corso dell’ultimo congresso dell’organizzazione i toni si sono particolarmente accesi contro il nemico “padronato” e si sono sentiti rappresentanti invocare Ho Chi Minh, fondatore del Partito comunista vietnamita, e ricordare che al mondo esistono solamente due tipologie di esseri umani, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori.

Attualmente, in Francia, sono aperti numerosi tavoli negoziali, in relazione ai quali i differenti sindacati e la confindustria hanno assunto spesso posizioni decisamente confliggenti. Medef (la confindustria francese) sta richiedendo a gran voce al governo di ridurre la sopratassazione prevista per i contratti di lavoro di breve durata, mentre la CGT si rifiuta di sottoscrivere l’accordo sull’assicurazione contro la disoccupazione in attesa che venga ritirato dal governo il testo proposto della legge sul lavoro.

E tuttavia, all’epoca della rivoluzione digitale, del lavoro precario, dell’impoverimento di ampie fasce della società (lenta sparizione della cosiddetta classe media) e della riduzione del potere d’acquisto il sindacato francese così come tutte le organizzazioni che difendono i lavoratori nel mondo occidentale sono in grave difficoltà.

L’apertura delle “porte” che taluni sindacati in giro per l’Europa stanno cercando di realizzare a favore di lavoratori non dipendenti, disoccupati o altre categorie tipicamente non rappresentate a loro interno è forse tardiva e, probabilmente, inutile: da questo punto di vista il richiamo di Martinez alle lotte della CGT che dovrebbero incentrarsi sulla riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali e sul miglioramento della distribuzione della ricchezza sono urla nel vuoto.

Quello che appare a chi, comunque, conosce il mondo sindacale solo indirettamente è che per poter giocare ancora un ruolo nella moderna società il sindacato deve avere la forza di ripensarsi radicalmente. Esso, come grande organizzazione di massa, è oramai impensabile, poiché la globalizzazione e la correlata possibilità di delocalizzare da una parte tolgono ad al sindacato qualsiasi effettivo potere di interdizione, e dall’altra spaccano il fronte dei rappresentati. Se una volta si poteva pensare di unire i proletari “di tutto il mondo” ora gli stessi sono in lotta tra loro: all’interno dei singoli stati (pensiamo alle tensioni tra lavoratori e immigrati “che tolgono il lavoro”) ma anche tra gli stati (pensiamo al costo del lavoro di un operaio, ma anche di un impiegato in qualsiasi parte del secondo o terzo mondo in confronto ai livelli salariali del mondo occidentale).

A tali contraddizioni, nei singoli paesi del mondo occidentale, si aggiungono problemi specifici (in Italia, ad esempio, l’incapacità del sindacato di rappresentare gli “esclusi” dalla cittadella del mondo regolare) che i differenti sindacati nazionali tardano a riconoscere ed affrontare.

A queste condizioni mi riesce difficile pensare, nel futuro, ad un ruolo per i sindacati, come anche ad un ruolo per qualsiasi organizzazione sociale “aggregante” (anche le confindustrie dei differenti paesi occidentali soffrono di problemi di identità da cui non è chiaro come potranno uscire). L’alternativa, ossia il ritorno a una logica hobbesiana di guerra per la vita di tutti contro tutti, spaventa e tuttavia il “declino delle ideologie tradizionali” e l’incapacità della nostra società del “pensiero debole” di aggregare intorno a valori forti (se non quelli che mirano a difenderci dall’immigrato o a costruire muri), si sta dimostrandosi al momento vincente.

 

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