# i miei racconti

La casa

Ero fidanzato, da un paio di mesi, con Anna, una bellissima ragazza. Una di quelle ragazze che, a 20 anni, ti fanno proprio toccare il cielo con un dito. Alta poco meno di 1 m. e 80 cm., capelli castani lunghi ondulati, occhi di quell’azzurro in cui ti ci vorresti immergere e … un corpo da favola.

Gli amici, quelli più cari, si complimentavano. Le amiche, anche, e mi dicevano che era la più bella ragazza in università, mentre nelle parole degli amici meno cari leggevo qualche segnale di invidia, che non mi dispiaceva affatto.

L’amore lo facevamo in macchina oppure, nel weekend, quando mia madre non c’era, a casa mia.

L’amore in macchina mi piaceva: rannicchiati in quella casetta di lamiera, con intorno la strada e, oltre, la città silenziosa, mai mi stancavo di guardare e immaginare quel viso che spesso teneva gli occhi chiusi e dilungava le labbra nel sorriso del piacere.

A casa si fermava anche a dormire, e in quei giorni mi sembrava di essere sposato.

Mia madre lo sapeva e non mi diceva niente. Non so dove andasse in quei weekend. Non credo che avesse un uomo e la immagino da sola piuttosto che con qualche amica.

Mio padre e mia madre si erano lasciati una decina di anni fa. All’improvviso. O perlomeno quella fu la mia impressione. Di certo mio padre le scrisse una lettera (o forse tante) che vidi più volte tra le mani di lei, letta e riletta e forse imparata a memoria. Perché se ne andò non lo so. Non l’ho chiesto a mia madre, ma sapevo che lui era il colpevole. Perché, altrimenti, le continue lacrime di mia madre, se non per un abbandono non voluto. E perché lasciarmi con lei, se non come riparazione di una colpa?

Mio padre ho continuato a rivederlo, fino ai 18 anni, 2 o 3 volte a settimana. E, a dire la verità, mi sono sempre trovato bene. Praticamente mi sembrava di fare ciò che volevo, ma come se fossi da lui guidato, come se comunque nulla fosse lasciato al caso. Poi, compiuti i 18 anni (ossia circa tre anni fa) mi disse che ci saremo visti di meno. Non voleva né essere mio amico, né poteva farmi da padre. Ci vediamo ogni tanto, anche con la sua donna attuale, che credo abbia conosciuto qualche anno fa.

Un giorno Anna mi disse che sua nonna le aveva lasciato la casa. Se ne era andata a vivere al mare, e là diceva di volere restare per sempre. La casa di Milano l’aveva destinata in eredità ad Anna, che avrebbe potuto andarci a vivere fin da subito.

“Andiamo da me?” mi disse alla fine della lezione di economia politica. “Ti faccio vedere la mia nuova casa.”

“D’accordo. In che zona abiti?”

“Sant’Agostino. Conosci il quartiere?”

“Sì”, le risposi. “Da piccolo ho abitato da quelle parti.”

Prendemmo insieme la metro e poi la sua macchina.

Non provai particolari emozioni avvicinandomi ai luoghi dove avevo trascorso la mia infanzia. C’erano, da quelle parti, alcuni locali che talvolta frequentavo e già mi era capitato di passare di lì per fare dei giri. Posteggiò la macchina e ci avviammo verso casa. Non so di cosa stessimo parlando, ma è certo che la seguivo senza fare attenzione a dove stavamo andando fino a quando … fino a quando entrammo nel portone del n. 12 di via P., che era esattamente dove si trovava la casa nella quale avevo vissuto con i miei genitori. Sentì un brivido attraversarmi la schiena; stavo per dire ad Anna della coincidenza ma poi mi bloccai, non so perché. E non finì là. Quando sull’ascensore premette il tasto numero 5 e, usciti, dopo pochi passi sul pianerottolo entrammo in quella che una volta era stata casa mia, voi stessi potete immaginarvi ciò che in quel momento provai.

Un paio di anni dopo che mio padre e mia madre si erano divisi, mia madre aveva deciso di vendere la casa; ricordo vagamente di alcune persone interessate all’acquisto, ma di nessuna che potesse essere stata la nonna di Anna. Andammo a vivere dove vivo tuttora, in zona Garibaldi.

Entrati in casa mi sembrò di fare un salto all’indietro nel tempo. La divisione interna era rimasta inalterata. La cucina subito a sinistra, la grande sala dopo un breve corridoio e quindi il corridoio più lungo, con ai lati le tre camere da letto, i bagni e in fondo un grande locale ripostiglio.

Continuai a non dire nulla ad Anna, ma questa volta percepii di volere mantenere un segreto che non volevo rivelarle o, perlomeno, non ancora.

Mangiammo qualcosa e poi andammo nella sua camera, che era … la mia camera …, ossia la mia cameretta da bambino. Iniziammo a fare l’amore, ma presto mi resi conto di non riuscire ad eliminare dalla testa le immagini della mia stanzetta. Di fronte al letto la ferrovia, con intorno pupazzetti di tutte le grandezze che, fermi alle numerose stazioni, aspettavano di prendere il treno. A un angolo della stanza, sopra un mobiletto di plastica, il pallone di spugna, con cui giocavo con lo zio Luigi, lo zio francese che quando scendeva a Milano mi portava sempre alla partita. E poi tutte le macchinine, sparse ovunque per la stanza e i fogli, con i miei disegni, appesi su tutte le pareti.

In quelle condizioni fare all’amore mi risultava piuttosto difficile e non nascondo che feci uno sforzo veramente significativo per riprendermi da quelle immagini e concentrarmi su di Anna, su quella bocca e quel corpo da favola; d’altronde di esperienza ne avevo parecchia (malgrado avessi poco più di vent’anni) e qualche trucco, anche in situazioni “imbarazzanti”, lo avevo escogitato.

“Oggi non sei in forma?”, mi disse Anna mentre si stava sedendo sul letto.

La guardai, le sorrisi e le chiesi di stendersi di nuovo vicino a me. Mi assalì una stanchezza improvvisa e mi appisolai. Non fu un sonno lungo, ma ricordo perfettamente che poco prima di addormentarmi (o forse già stavo sognando?) rividi con particolare nitidezza una scena che mai avevo del tutto dimenticato e che tuttavia non si era mai presentata davanti a miei occhi con quella chiarezza.

Eravamo in sala. Era una festa di compleanno e non credo fosse la mia. C’erano una dozzina fra bambini e bambine e giocavamo al semaforo. Si ballava musica lenta e qualcuno, dall’esterno, diceva i colori del semaforo. Con il verde si cambiava la coppia, con l’arancione si continuava a ballare e con il rosso ci si baciava, in bocca. E mai dimenticherò quel bacio che diedi a Laura S.: le sue labbra grandi e morbide mi trasmisero per anni il senso dell’amore e dell’erotismo. Ricordo, di Laura S., anche il seno, che mi pareva enorme (poi, da grande, mi sono sempre chiesto se il seno sia già cresciuto a una bambina di sette anni e quanto, allora, la mia fantasia si confondesse con ciò che vedevo). Mentre ero disteso accanto ad Anna mi fermai anche su un’altra immagine di quella festa, che si definì solo in quel momento: Piero, un mio compagno di classe, che mi osserva mentre ballo con Laura S., intensamente. Io anche lo guardo e in lui non vedo gli occhi dell’invidia, ma uno sguardo differente che, chissà perché, mi parve di osservare per la prima volta in quel momento, sdraiato accanto ad Anna.

Le settimane successive furono piuttosto intense per gli esami e fu una fortuna. Non riuscivo a pensarmi mentre facevo all’amore a casa di Anna; c’era qualcosa, in quella stanza, che depotenziava completamente la mia libido. Per fortuna casa mia, quando libera, e la macchina (con alcune mie scuse piuttosto banali) andavano sempre bene, ma sapevo che la mia finzione non sarebbe potuta durare a lungo. Non dico che me ne facessi una colpa, ma è certo che, nei confronti di Anna, provavo un certo sentimento di imbarazzo. Ora, essendo oramai passata qualche settimana, mi riusciva anche più difficile raccontarle degli anni della mia infanzia trascorsi a casa sua. La cosa tuttavia che, in quelle settimane, notai di più, era che anche i ragazzi mi guardavano. Non lo avevo mai osservato, ma da quando lo sguardo di Piero mi comparve innanzi agli occhi un istinto a me ignoto mi spingeva a cercare quello stesso sguardo nei ragazzi da cui, in qualche modo, mi sentivo osservato. Peraltro, di questo, non ne parlai con nessuno. Non mi andava di essere additato come omosessuale (poiché non lo ero) ma, anche in questo caso, mi sembrò che stavo nascondendo ulteriormente qualcosa ad Anna.

Quando compii gli anni, tuttavia, non potei negarle di andare da lei a festeggiare.

“Ti ho preparato una cenetta con i fiocchi” mi disse appena entrato in casa “così sei costretto a invitarmi fuori a cena, visto che tu, di cucinare, so che non hai tanta voglia”. La cena fu probabilmente buona (anche se non ricordo nulla di ciò che mangiammo) ma furono altre le sensazioni che quella serata mi offrì. Chiesi ad Anna di mostrarmi tutta la casa e misi anche piede in quella che era stata la camera dei miei genitori. Era completamente spoglia: un letto matrimoniale e un grande armadio di colore grigio chiaro erano le uniche presenze di quella stanza. Quando vivevamo in quella casa la stanza era sempre piena e sempre disordinata, e ciò di cui notai subito l’assenza fu il grande specchio che, osservato dall’esterno, rifletteva il letto matrimoniale.

La nottata con Anna andò molto meglio di quanto temessi. Lei si era comprata degli indumenti estremamente sexy e anche, in un sexy shop, uno strano aggeggio da usare, come disse lei, “per divertirsi un po’”. Ed effettivamente andò tutto bene. Eppure non riuscii a prendere sonno. Fu inevitabile pensare alla casa e forse non per caso mi ricordai di quella volta in cui vidi mio padre e mia madre nudi. Fu poche settimane prima che mio padre se ne andasse e, forse inconsciamente, ho sempre pensato che era stata quella la causa dell’abbandono. Io stavo tirando calci alla palla di spugna nella mia camera, piano perché era tardi, e mi era venuta sete. Sul corridoio noto che la porta della camera da letto dei miei genitori è socchiusa e mi avvicino. Con la camera chiusa non mi sarei mai avvicinato (i miei genitori me lo avevano vietato) ma, quella volta, la porta era socchiusa. Cammino normalmente, voglio entrare, ma mentre sto per spingere la porta in avanti, nello specchio vedo mio padre, in ginocchio, nudo dietro mia madre seduta sul letto. Di mio padre vedo il pene allungato che praticamente si appoggiava contro la schiena della mamma, una sua mano sulla sua spalla e l’altra alla ricerca del seno. La mamma, girata, aveva la testa leggermente reclinata. Ovviamente me ne scappai in camera, in uno stato di timida esaltazione, che non riuscì a far sopire presto. Ricordo che il giorno dopo ne parlai con un amico, Giovanni, che mi disse di avere più volte visto i genitori che facevano all’amore. Ma io, a dir la verità, non ebbi l’impressione che stessero facendo all’amore, ovvero che mia madre non ne avesse voglia.

Adesso a distanza di anni non penso più che i miei si siano lasciati perché quel giorno la mamma non volle fare all’amore con papà, ma è certo che si separarono poco dopo. Poche settimane dopo, forse un mese.

Arrivò intanto l’inverno. Invitato a cena da mio padre gli dissi che ero fidanzato con una ragazza che abitava nel nostro ex appartamento, e raccontandogli un po’ delle mie sensazione intravidi sul suo volto, per la prima volta, una smorfia di dolore che stava quasi trasformandosi in un pianto. Mi colpì e nei giorni successivi cercai di rivederlo. Perché piangere a distanza di anni dall’abbandono? Quale dolore si voleva trasfondere in quelle lacrime? Trovare una risposta non mi era possibile. Cercai, nei giorni successivi, di incontrarlo più spesso, ma ogni volta che provavo a parlargli della nostra vita comune vedevo che si irrigidiva, che un muro si alzava incurante della mia ricerca di verità. Provai allora ad avvicinare mia madre e proprio in quei giorni capì che con lei, in realtà, non avevo mai parlato. In più a lei non volevo dirle della casa (anche perché conosceva Anna) e francamente non sapevo come parlarle di papà. E poi, cosa chiederle? Cosa dirle, che avevo visto papà piangere e che volevo capire di chi fosse la colpa della separazione? Pensai anche, per Natale, di farli incontrare. Ma a chi avrei fatto un regalo? Probabilmente a nessuno.

Con il trascorrere delle settimane questi pensieri, che per qualche giorno mi avevano sfibrato, si dissiparono da soli. Nel frattempo, tuttavia, a casa di Anna le cose non erano in realtà molto cambiate. Quella casa la evitavo (ma lei, credo, non se ne accorse mai) e l’amore cercavo di farlo sempre lontano dalla mia cameretta. Mi fingevo più eccitato di quello che in realtà ero e, in qualche modo, evitavo di finire nel suo letto. Fu quella sera in cui, per la prima volta, facemmo l’amore nella camera da letto dei miei genitori, che sognai la lettera di mio padre. Era depositata nella cassaforte di casa, che mai, in realtà, era servita da cassaforte e che pareva divenuta un cassetto come un altro.

Luisa, non ti lascio per il tradimento, a cui pure non ho la forza di pensare, ma me ne vado perché evidentemente non ti amo abbastanza o perché (ma è la stessa cosa) tu non ti senti amata abbastanza. Come spiegarmi, altrimenti, ciò che hai fatto e la circostanza che, contemporaneamente, dici di amarmi? Come non capire, dai tuoi rifiuti, dal tuo odore, dal tuo sguardo che stavi o eri appena stata con un altro? Me ne vado, quindi, perché non ti amo. Il mio cuore mi dice altro. Ma come dargli ascolto? È troppo inaffidabile e incapace di capire ciò che accade…..

Quella sera ero tornato a casa a dormire. Svegliatomi nel cuore della notte mi precipitai da mia madre, che stava dormendo. Mi riaddormentai la mattina e mi svegliai verso le 11.00, con la testa pesante. Corsi in negozio da lei e gridai “Perché lo hai tradito? Perché lo hai tradito?”

Mia madre si voltò verso di me. In negozio, probabilmente, c’erano dei clienti di cui anche lei, guardandomi, parve non accorgersi. Vidi sciogliersi sul suo volto le stesse lacrime che avevo visto sul viso di mio padre e un gesto, con parole che non trovarono la forza di uscire. La sera mi raccontò tutto. Aveva avuto una storia con un amico comune; una storia che era durata a lungo, per sei mesi. Poi era passato; papà si accorse di tutto qualche settimana dopo, quando lei aveva deciso di non vedere più quell’uomo.

Rimasi, come potete immaginare, impietrito. Non dico che avevo fondato la mia esistenza sulla colpa di mio padre, ma è certo che tutto il mio passato fu messo in discussione.

Dopo qualche settimana decisi di andarmene da casa. Papà mi ha voluto comprare un piccolo appartamento e ora sono qua. Lavoro un po’ più di prima perché ho maggiori spese ma, nel complesso, faccio una vita abbastanza simile.

Ah, dimentico. Con Anna ci siamo lasciati. Alla fine di quell’inverno vinse una borsa di studio per gli Stati Uniti. Nessuno dei due, quando ci salutammo, pianse. E io non andai mai a trovarla. Per un po’ di tempo sono stato solo.

Poi ho conosciuto Daniele.

Sì, con la “e” finale. Non è un refuso.