# i miei racconti

Federica e la figlia

Sognava quasi ogni notte, ma spesso pensava che non fossero sogni.

Strani esseri, con occhi appiccicati a visi burleschi. Somigliavano a degli gnometti deformi e le facevano un po’ paura: un collo sproporzionatamente lungo per la loro statura e peloso, un pomo d’Adamo immobile e duro, un naso all’altezza di quegli occhi, dello stesso colore e che si confondeva tra di loro. Le dita, poi, erano tutte uguali, corte e blu e parevano disegnate da un pittore-bambino. La irrigidivano, nel suo lettuccio, giungendo improvvisi e colpendola a freddo, indifesa qual era; impenitenti se ne andavano poi via, lasciandola con sprezzante distacco dopo avere bevuto grandi quantità di acqua da ciotole variopinte.

Poi c’erano gli angeli, rivestiti solamente di piccole ali bianche, che sembravano sfiorare delicatamente il corpo della madre, coprendole una volta il viso e l’altra i piedi. Custodi delle sue piccole preghiere erano però incapaci di trattenersi in quell’infinito loro passaggio tra i vivi e i morti: un giorno amici dei bambini invocanti, un giorno coscienti della rivelazione, un giorno arcangeli e un giorno cherubini. Quando arrivavano, nella mente della bambina si affollavano immagini in bianco e nero, provenienti da chissà dove, che accompagnavano gli angeli nei loro percorsi: le parole spingevano per uscire e lei doveva trattenere il respiro per non urlare, come le era tuttavia successo per qualche notte.

Come era difficile tacere di fronte a questi sconvolgitori del normale sentimento dello spazio e del tempo, sempre vicini e a cui, tuttavia, era impossibile avvicinarsi. Non proferivano parola e lei, quando li ricordava, si abbandonava a costruire castelli dalle cui finestre ogni immagine si colorava di fantasie infinite: un abbandonarsi ad un mondo ricco, pieno di fantasticherie sempre diverse la cui narrazione diveniva improbabile.

Infatti aveva provato a raccontare a Federica, la mamma, i suoi sogni, che forse non erano tali; lo aveva fatto per tante volte. Federica capiva e le parlava, non potendo però spiegare.

Poi angeli e gnomi decisero, per un po’, di non tornare e Simona non ne parlò più. La polvere si depositò su quei sogni e la bimba se ne scordò completamente.

Passò del tempo e Federica iniziò a raccontarle del momento della fioritura, che arrivava per tutte le cose e stava giungendo anche per Simona. Era il tempo della primavera, tempo di rinascita, splendore e amore. Eppure, quel seme, diventato fiore sarebbe stato allo sbando e avrebbe corso il rischio di non rivelare alcuna bellezza. Questo Federica lo percepiva molto bene e lo temeva; riconosceva quel turbamento negli occhi di Simona, così incredibilmente uguali ai suoi. Pensava alla lotta che il fiore primaverile avrebbe dovuto combattere per riuscire ad affermarsi. Tutti contro di lui: la terra dura lo avrebbe lasciato crescere con fatiche erculee, le intemperie minacciato e aggredito indiscriminatamente, le notti colto stremato e, ancora troppo fredde, avrebbero tentato di soffocarlo con il loro abbraccio mortale. Sopravvissuto, le sue parole ferite sarebbero state scambiate per oggetti di scarso valore.

Una notte, non tanto distante da quel racconto, Simona si svegliò credendo che gli angeli stessero bussando ancora una volta alla porta di casa: eppure era diverso. Desiderava alzarsi ma sapeva che la mamma non voleva: le diceva che i suoi amici non sarebbero scesi sulla terra e che, anzi, apparivano solamente mentre i bambini dormivano.

Ma questa volta Simona era proprio sicura. Sentiva dei movimenti che addirittura sembravano provenire dall’interno dell’appartamento; erano appesantiti rispetto alle altre volte e come feriti. Accorta e titubante si alzò e, a piccoli passi, s’incamminò sul lungo corridoio che arrivava alla porta d’ingresso.

Ormai vicina al bagno si parò innanzi a lei, improvvisa, la sagoma di un uomo completamente nudo, che si diresse poi verso la camera della mamma.

L’incerto passo dell’uomo nella decisa oscurità della casa pareva ancora più traballante e, in quel buio, tutto diventava possibile, mentre quegli attimi parevano infiniti. La paura aveva avuto il sopravvento; le gambette si erano indurite e per qualche istante le sembrò impossibile muoversi, quasi fosse in attesa di un giudizio. Quel volto e quel corpo le erano estranei e impossibili da riconoscere. Un po’ angelo e un po’ gnomo.

Tornò a letto di corsa: non aveva più paura, ma per un po’ rimase ancora sveglia.

La mattina raccontò tutto alla mamma, con la voce degli angeli, traducendo l’indicibile con una recita stupita. Disse che non si era trattato di un sogno come gli altri e che addirittura si era alzata dal letto.

Per la prima volta Federica non disse nulla. L’abbracciò solamente un po’ più forte del solito e la lacrima, che furtivamente le scese, si spense sul pigiamino della bambina, lasciando solamente il lieve sapore del sale sulle sue labbra.

Quei passi Simona li sentì per tante notti e tuttavia non si alzò più, avendo colto nel tremito delle labbra di Federica la preghiera di chi chiedeva perdono.

Poi, con il tempo, divenne più grande: angeli e gnomi non li vedeva e sentiva più e chissà se andavano sempre in giro per casa. Quello che Simona vedeva sempre più spesso erano le lacrime della madre. Ma domande non ne faceva, perché le domande non le sapeva ancora fare.

Un giorno, anni dopo, Federica le disse che l’uomo incontrato quella volta, che spesso veniva a casa la notte, era suo padre. E, di lui, iniziò a raccontarle ogni cosa: le disse che era un soldato, che per molti mesi se ne stava in guerra, lontano e che non sapeva di avere una figlia.

Simona aveva dimenticato quasi completamente quelle notti, gli angeli, gli gnomi: i ricordi antichi si affacciavano solo occasionalmente dai balconi del cielo, con abiti fuori moda. Era diventata grande: il fiore era cresciuto e riverberava una bellezza la cui provenienza era difficile da riconoscere. La fatica lo aveva spesso piegato ma ogni mattina, sotto la fredda brina che resisteva alle prime luci dell’alba, cercava i raggi del sole per inebriarsi con il loro calore.

Mentre ascoltava, a tratti credeva che la mamma stesse parlando di un’altra donna, di un’altra vita. “Ma perché non glielo hai mai detto?” le chiese, e fu l’unica domande che pose, mentre sentiva le lacrime inondarle gli occhi.

“Ho vissuto nel terrore di perdere lui e nella paura di non proteggerti abbastanza”, rispose la madre, cui mancava la forza di abbracciarla. “Lui l’ho perso, comunque.”

Simona se ne uscì di casa. Dopo qualche giorno chiamò la madre: “ho bisogno di stare un po’ da sola”, le disse con voce flebile, “ma tornerò”.